Cara Italia, iniziamo questo viaggio fra i misteri della tua storia, con le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, per cercare di capire la tua storia, provando a rileggerla con il cuore. Fermo restando che la gravità di certi temi è rimessa alla soluzione dei giudici, dei politici e delle Istituzioni tutte dello Stato.
Iniziamo allora con la descrizione dalla condizione di povertà da cui sono maturati i fenomeni più inquietanti, ma anche meno studiati, col giusto verso critico, del cosiddetto brigantaggio meridionale e quello criminale della mafia.
Nel primo caso emerge sempre più che si trattò di frange di resistenza politica a quella che era un’invasione coloniale vera e propria del Meridione d’Italia; per far fronte ai debiti di guerra che il Piemonte aveva accumulato. Interi corpi di fabbrica furono smantellati dal Meridione d’Italia e portati al Nord. Ma a spingere e tirare troppo si finisce col procurare gravi danni. E dalla condizione di povertà, cui rimasero costrette quelle popolazioni, germo-gliò il fenomeno criminale della mafia. Di poco si campa, ma di niente si muore.
Per ricordare quella condizione di povertà non si è trovato racconto migliore che in Benedetto Croce: "Lo dirò io, che sono nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmaci. Tutto gli è stato rapito dal prete al giaciglio di morte o dalle ruberie feudali o dall’usura del proprietario o dall’imposta del comune e dello Stato. Il contadino non conosce pan di grano, nè vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta farro, segale omelgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra matrigna a chi l’ama. Il contadino è robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell’aria, con sedici ore di fatica, riarso dal sollione. Egli rovescia a punta di vanga due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di lavoro, e quando non piove, e non nevica e non annebbia. Con questi ottanticinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre, spesso invalido dalla fatica già passata, e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle, la moglie e una nidiata di figli. Se gli mancano per più giorni gli ottantacinque centesimi, il contadino, non possedendo nulla, nemmeno il credito, non avendo da portare nulla all’usuraio o al monte dei pegni, allora vende la merce umana. Esausto, l’infame, piglia il fucile e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra, e mangia. Dirò cosa strana: mi perdonino. Il proletario vuol migliorare le sue condizioni nè più nè meno che noi. In fondo nella sua idea bruta, la malavita non è che il progresso, o, temperando la crudezza della parola, il desiderio del meglio”.
(“Storia del Regno di Napoli”,).
Gelsomina Carlomagno